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Incontro : Nelle mani del potere
























I


Incontro interessantissimo con autori dall'indubbia competenza e capacità di esporre con precisione, chiarezza e misura argomenti anche delicati e scabrosi. Un'ora e mezza passata in un soffio.









Anche in uno Stato di diritto, l’apparato di coercizione che può essere dispiegato contro i cittadini è imponente. Nell’esercizio di un simile potere, le autorità devono autodisciplinarsi per non oltrepassare il limite della legittimità, pena il rischio di trasformare la coercizione in violenza. Il libro” Violenza e democrazia” presentato da Adriano Zamperini e Marialuisa Menegatto analizza questo crinale scosceso portando il lettore in una stanza di tortura, mettendolo di fronte agli abusi delle forze di polizia, invitandolo nei reparti psichiatrici che praticano la contenzione meccanica, e infine chiamandolo a misurarsi con i costi umani generati dal neoliberismo. Un percorso assistito dalla convinzione che i contributi offerti dalla psicologia sociale aiutano a comprendere e gestire i conflitti tra libertà e coercizione in democrazia





Relatori

Adriano Zamperini è professore di Psicologia della violenza, di Psicologia del disagio sociale e di Relazioni interpersonali all’Università di Padova. Presso la medesima Università è Direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca per gli Studi Interculturali e sulle Migrazioni (CIRSIM). Tra i suoi ultimi libri: L’indifferenza (2007), L’ostracismo (2010), La bestia dentro di noi. Smascherare l’aggressività (2014).

Marialuisa Menegatto è psicologa clinica e di comunità, psicoterapeuta, borsista di ricerca presso l’Università di Padova e dottoranda presso l'Università di Verona. I suoi interessi di ricerca sono rivolti a forme di esclusione sociale e violenza, conflitti sociali e pratiche di riconciliazione. Svolge attività di didattica di supporto all'Università di Padova in psicologia della violenza e del disagio sociale. Tra le sue recenti pubblicazioni: Cittadinanza ferita e trauma psicopolitico; La società degli indifferenti; Memoria viva.




Incontro con il Prof. Vittorio Coletti






Un folto e attento pubblico ha partecipato venerdì 7 Ottobre 2016 alle 17:30 presso la Biblioteca Civica “Leonardo Lagorio” (Piazza Edmondo De Amicis – Imperia) all’incontro con Vittorio Coletti   “Caccia all’errore”, organizzato dall‘Associazione culturaleApertaMente Imperia, con il supporto del CE.S.P.IM.



Vittorio Coletti, docente di Storia della lingua italiana all’Università di Genova, accademico della Crusca e autore del saggio “Grammatica dell’Italiano adulto”, è noto al grande pubblico anche per la lunga collaborazione con “Repubblica







La “Grammatica dell’Italiano adulto”, il saggio scritto dal Prof. Coletti, è non solo una sorta di manuale di pronto soccorso linguistico, ma anche il tentativo di fare unagrammatica amichevole e discorsiva che illustri la lingua a partire dai problemi e dalle incertezze in cui più spesso inciampa chi pur la usa comunemente e facilmente




Nel corso dell’incontro l’autore ha chiarito la causa dei più frequenti dubbi ed errori, risalendo, per spiegarli, ora alla storia dell’italiano ora alle regole più elementari di funzionamento del suo sistema grammaticale ed ha  analizzato gli aspetti più importanti della lingua, dalla pronuncia e ortografia al lessico, dal nome al verbo, dai pronomi agli articoli, dalle preposizioni alle congiunzioni















È una grammatica in sintesi per chi vuole rivedere le regole, approfondire i propri dubbi ma anche riflettere — afferma il professor Coletti — . Dà delle risposte prendendo spunto dalle tante domande che gli italiani si fanno, come conferma il sito web della Crusca, che è subissato da richieste di singoli, scuole, istituzioni”.



           Quale il fine di questa grammatica? Contrariamente a quello che il lettore potrebbe aspettarsi, un testo del genere non serve tanto a “evitare e correggere” gli errori, quanto piuttosto – avverte – a “spiegare com’è fatta lingua, puntando sugli aspetti non sempre simmetrici, razionali, logici, della lingua chiarendo nel contempo perché il parlante può avere dei dubbi. Il libro aspira – ribadisce Coletti – ad essere una grammatica ragionata, semplice e discorsiva dell’italiano contemporaneo”.

V
“La Grammatica dell’italiano adulto”nasce dalla “straordinaria esperienza di lingua e di vita” che ha permesso al Prof. Coletti di compilare, assieme a Francesco Sabatini, Presidente onorario dell’Accademia della Crusca, un importante e innovativo dizionario della lingua italiana.


Duccio Demetrio: “Dalla cura di sé alla cura del mondo. La custodia della terra come fede civile”







Mercoledì 11 novembre, alle ore 20.45, presso la Biblioteca Civica in piazza De Amicis 7 a Imperia, con il patrocinio della Provincia e del Comune di Imperia, l’Associazione ApertaMente e il Circolo di Imperia diLegambiente, nell’ambito del progetto promosso dal C.E.S.P.I.M. dal titolo “Le persone e le cose”, alla presenza di un folto pubblico,hanno proposto un’importante serata di riflessione filosofica sui valori della persona, dell’ambiente e dei beni comuni.
L’evento ha costituito, per la cittadinanza imperiese, l’occasione per conoscere personalmente un’importante figura del panorama filosofico italiano. La conferenza è stata,infatti,  tenuta da Duccio Demetrio, scrittore, filosofo e pedagogista, professore emerito di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche della narrazione alla Bicocca di Milano, fondatore e direttore scientifico della Libera Università dell’autobiografia di Anghiari. 
Autore di un gran numero di saggi che appassionano come romanzi, senza mai perdere il rigore scientifico, e studioso della società contemporanea e delle dinamiche interpersonali che da essa derivano, dei condizionamenti prodotti sulle menti più giovani, ma anche in quegli adulti, sempre più numerosi, alla continua ricerca di una “maturità” in effetti temuta e perciò mai raggiunta, è anche una delle voci più autorevoli sul tema della salvaguardia della natura, della “cura del mondo”, come titola il suo libro “La religiosità della terra. Una fede comune per la cura del mondo”, perché vivere in armonia con la terra è l’unico modo per darle un futuro e, quindi, per darlo all’umanità tutta. Importante è non eludere le responsabilità personali, “considerare – scrive Demetrio verso la fine del libro sopra citato –  anche noi stessi una terra sconosciuta da esplorare, arare, riseminare di bellezza e tempo lento, rendendola più feconda”.  
Il titolo dell’incontro “Dalla cura di sé alla cura del mondo. La custodia della terra come fede civile” ci rimanda alle riflessioni condotte in agosto col prof. Bologna: rispettare la Natura, la sua esistenza autonoma dal pensiero e dalla volontà dell’uomo (ma non dalle sue azioni!), significa riconoscerci creatura fra le creature: è il messaggio di Francesco d’Assisi nel più antico monumento della nostra letteratura, e dietro a lui, oggi, di papa Francesco nella sua enciclica.
Col prof. Demetrio, protagonista insieme a Franco Arminio, Adriana Zarri, Vito Mancuso, Salvatore Natoli dei più recenti dibattiti sulla relazione uomo-natura, il discorso si è orientato sull’etica, l’estetica e la religione.
Per aver cura della terra non basta la scienza, il “do ut des” di chi ritiene che la terra vada salvaguardata perché la sua fine sarebbe anche la nostra: custodire la terra vuol anche dire, nel giusto interesse per la nostra salute, proteggerla attraverso “la diffusione di una sensibilità culturale ed estetica per la bellezza che ci offre”.
“Sia il credente sia il non credente – sostiene il laico Demetrio – dinanzi alla natura, non possono che provare identiche emozioni. Per questo oggi è necessaria una comune fede civile, un’alleanza feconda nella custodia del mondo, tra tutti coloro che intendono opporsi alle aggressioni, alle negligenze, ai saccheggi indiscriminati contro la nostra terra che, da madre, si rivela sempre più figlia”.


Duccio Demetrio: Dalla cura di sé alla cura del mondo




Mercoledì 11 novembre, ore 20.45, Biblioteca Civica, incontro col Professore Duccio 

Demetrio, docente di Filosofia dell'educazione e di Teorie e pratiche della narrazione a

 Milano Bicocca, fondatore della Libera Università dell'autobiografia di Anghiari. Titolo 

"Dalla cura di sé alla cura del mondo"

Riccardo Mandelli : presentazione allo Spazio vuoto del libro"le case del destino"






Venerdì 23 ottobre 2015, alle ore 21, presso Lo Spazio Vuoto, via Bonfante 37, Galleria degli Orti, Imperia, l’Associazione “ApertaMente”, in collaborazione con la Libreria Libri al Mare (ex Assolibro),ha proposto al pubblico, numeroso e interessato, il libro “Le case del destino” presentato dal giornalista de “La Stampa” Maurizio Vezzaro.
Presente l’autore, Riccardo Mandelli, professore di Filosofia e Storia del Liceo G.P.Vieusseux, storico e scrittore. Tra i suoi libri ricordiamo: L’ultimo sultano. Come l’Impero ottomano morì a Sanremo (Lindau 2011); Al casinò con Mussolini. Gioco d’azzardo, massoneria ed esoterismo intorno all’ombra di Matteotti (Lindau 2012); Decreti sporchi. La lobby del gioco d’azzardo e il delitto Matteotti (Giorgio Pozzi 2015); Sanremo tenebra. Cento anni di delitti e misteri nella città del Festival, Philobiblon, Ventimiglia 2015 (con Romano Lupi).










Nel suo libro Mandelli ha ricostruito in particolare le vicende dei quattro principali casinò nella tradizione del gioco nel nostro paese. Con stile narrativo e rigorosa documentazione d’archivio, ha raccontato come la storia d’Italia, anche culturale, si sia spesso giocata sui tavoli verdi delle “case del destino”.
Un’organizzazione internazionale di biscazzieri, che comprende parenti di sangue di sovrani e capi di Stato europei, cerca di impiantare casinò in tutta l’Italia con l’appoggio di un uomo politico che ha rivestito le più alte cariche istituzionali, perfino quella di presidente del consiglio. Incredibile? No, tutto vero. E siamo solo all’inizio, alla cosiddetta belle époque. Quando scoppia la guerra, un altro capo del governo italiano, secondo molti affiliato alla mafia, fa costruire una grande casa da gioco a scopo di spionaggio. Finito il conflitto, il suo gestore diventa uno dei principali sponsor del nuovo movimento politico che si oppone al “contagio” sovietico delle masse proletarie. Dietro, a tirare i fili senza apparire sulla scena, nell’industria dell’azzardo e nella politica, c’è la più importante banca del paese. A questo punto saremo meno sorpresi di scoprire che nelle pieghe del delitto Matteotti svolgono un ruolo fondamentale gli affari che uniscono gli uomini del governo con industriali, faccendieri e tenutari di bische.
Quando finisce l’era di Mussolini, la strada degli intrecci finanziari, politici e criminali che caratterizzano le maggiori vicende storiche nazionali nel periodo della Guerra fredda è ormai spianata. E infatti, caduto il Muro, torna evidente la parentela originaria tra capitalismo e gioco d’azzardo, dividendo il mondo tra chi sta dalla parte del banco e chi è costretto a elemosinare i gettoni della speranza.











ALDO FERRARI: “Armenia 1915 – 2015. Un genocidio da ricordare”.



Martedì 27 gennaio 2015, giorno della memoria,  alle ore 20.45, presso lo Spazio Vuoto,via Bonfante 37, l’Associazione Culturale ApertaMente, con il patrocinio dell’Istituto Storico della Resistenza, ha organizzato  un incontro con il Prof. Aldo Ferrari dal titolo
 “Armenia 1915 – 2015. Un genocidio da ricordare”.
Nel corso della serata, Livia Carli e Gianni Oliveri hanno letto alcuni brani tratti da opere letterarie che riguardano la questione armena






















Aldo Ferrari insegna Lingua e Letteratura Armena, Storia del Caucaso e Storia della Cultura Russa presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Per l’Istituto degli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano dirige i Programmi di Ricerca su Russia, Caucaso e Asia Centrale. E’ presidente dell’Associazione per lo Studio in Italia dell’Asia centrale e del Caucaso (ASIAC). Tra le sue pubblicazioni principali : Alla frontiera dell’impero. Gli armeni in Russia 1801-1917; L’Ararat e la gru. Studi sulla storia e la cultura degli armeni (2003); Breve storia del Caucaso (2007); Il grande paese. Studi sulla storia e la cultura russe (2012).
Il tentativo di annientamento dell’ intero popolo armeno, che aveva avuto prodromi a fine Ottocento con uccisioni e deportazioni , fu definito e messo in atto dalla Turchia con modalità scientifiche in concomitanza con lo scoppio della prima guerra mondiale. Vennero inizialmente decimati gli uomini arruolati nell'esercito, mandati in avanscoperta sui fronti caucasici di guerra . Poi fu sterminata l'elite intellettuale e imprenditoriale. Quindi si passò alle deportazioni di massa verso territori desertici, in cui gli armeni, ormai quasi solo vecchi donne e bambini, vennero lasciati morire di fame e di sete, non prima di aver subito angherie di ogni genere lungo il percorso. Crudeltà spaventose, inflitte senza distinzione di età e genere. 
Nella vicenda tragica del genocidio armeno ciò che colpisce non è solo l’entità dei morti ( circa un milione e mezzo), ma l’ostinazione con la quale il governo turco rifiuta di parlarne. Molti intellettuali e letterati per aver trattato in Turchia del genocidio degli Armeni hanno dovuto subire processi, sono stati condannati, alcuni sono stati costretti l’esilio. Lo stesso Pahmuk, premio Nobel per la letteratura, ha avuto problemi per questo motivo. Se l’Europa intende accettare la Turchia, deve costringere quest’ultima a farsi un esame di coscienza e ad assumersi, di fronte alla comunità internazionale, le sue responsabilità.
Il Genocidio del popolo armeno è stato riconosciuto ufficialmente da 21 Stati tra cui la Russia. Anche 43 Stati americani su 50 chiedono il ristabilimento della giustizia storica.
Tra le organizzazioni internazionali che riconoscono il genocidio c’è la Commissione ONU per i crimini di guerra, il Parlamento Europeo e il Consiglio ecumenico delle Chiese.
Infine Papa Francesco, messa da parte la prudenza diplomatica, ha dichiarato che senza dubbio “quellodegli armeni è stato il primo genocidio del XX secolo” e il Cardinale Poli ha annunciato che il 12 aprile 2015 in San Pietro il Papa celebrerà una Messa in occasione del centenario del genocidio armeno.

Incontro con Marino Magliani







Mercoledì 10 dicembre alle ore 18.30, presso il circolo ARCI-Camalli di Oneglia, Via Bastioni di Mezzo 6, l’Associazione Culturale ApertaMente ha organizzato un incontro con lo scrittore imperiese Marino Magliani che ha presentato il libro di Roberto Arlt

“Acqueforti di Buenos Aires” ..

     Roberto Arlt è uno dei più noti scrittori argentini del 900, antesignano della letteratura di marca strettamente sudamericana, con Borges e Marquez.

 Le Aguafuertes Portenas, recentemente tradotte da Alberto Prunetti e Marino Magliani, sono state pubblicate ogni giorno su El Mundo di Buenos Aires. Sono testi brevi, descrizioni, ritratti, racconti, ambientati nella città argentina degli anni Trenta, realizzati dallo scrittore vagabondo che osserva le persone e le cose dalle vetrine dei bar, dietro i muri delle vecchie case, attraverso il fumo della città e dei locali notturni. “Per un cieco, di quei ciechi che hanno le orecchie e gli occhi ben aperti inutilmente,- scriveva Arlt- non c’è nulla da vedere a Buenos Aires, ma tuttavia, che magnifiche, quanto ricche di novità sono le strade della città per un sognatore ironico e un po’ sveglio.” E ancora: “ colui che non trova tutto l’universo chiuso nelle strade della sua città, non troverà una strada originale in alcuna città del mondo. E non la troverà, perché il cieco a Buenos Aires è cieco a Madrid e Calcutta...”
  Una serata insieme per conoscere un grande autore, dalla lucida irrequietezza intellettuale e dallo stile tagliente, che scrive: “la scuola più utile per la ragione è la scuola della strada, scuola dura, che lascia nel palato un sapore agrodolce e che insegna tutto quello che i libri non dicono mai. Perché, disgraziatamente, i libri li scrivono i poeti o i cretini”.


Roberto Settembre “Gridavano e piangevano- La tortura in Italia: ciò che ci insegna Bolzaneto”.




          Giovedì 30 ottobre, alle ore 20.45, presso la Biblioteca Civica di Piazza De Amicis,  l’Associazione Culturale ApertaMente Imperia ha  organizzato la presentazione del libro di
Roberto Settembre “Gridavano e piangevano- La tortura in Italia: ciò che ci insegna Bolzaneto”.
          Hanno  partecipato Vittorio Coletti, docente di Lingua Italiana all’Università di Genova,  e Riccardo Ferrante, docente di Storia del Diritto della Facoltà di Giurisprudenza di Genova e Imperia.
Roberto Settembregiudice di Corte d’Appello, ora in pensione, è stato l’estensore della sentenza sui fatti della caserma di Bolzaneto, adibita a carcere temporaneo durante il G8 di Genova nel luglio 2001.
Nel suo libro, Settembre ricostruisce meticolosamente gli orrori e i soprusi di quelle giornate: l’arrivo, i pestaggi, gli insulti, le umiliazioni, e ancora le botte che subirono quelle 277 persone fermate a Genova delle quali, peraltro, solo 4 furono riconosciute colpevoli  nel successivo processo per reati di devastazione e saccheggio.Per le violenze di Bolzaneto non ci sono immagini ma  “solo” i referti medici e i racconti di chi scelse di testimoniare al processo. Per questa ragione il giudice racconta quello che ancora potrebbe sembrare incredibile per un Paese democratico e si unisce con forza alle voci che chiedono che il reato di tortura venga finalmente introdotto anche nel nostro Codice Penale, dopo 26 anni che la Convenzione dell’Onu ha imposto l’adeguamento delle legislazioni nazionali.
Dei 42 imputati del processo di Bolzaneto, dopo il giudizio definitivo della Corte di Cassazione, ci furono 7 condanne e 14 assoluzioni, tre delle quali per ragioni meramente processuali. Per tutti gli altri i reati vennero dichiarati estinti per prescrizione, fatte salve le responsabilità civili.
Nel commentare la vicenda, Ennio Di Francesco, ufficiale dei Carabinieri e poi funzionario della Polizia di Stato, tra i promotori negli anni ’70 del Movimento democratico di Polizia, ha dichiarato “In quegli eventi ( ferma restando l’assoluta condanna giuridico e sociale per il criminale e vile comportamento di black bloc e altri provocatori ) è stata fatta violenza non solo alla città e ai suoi cittadini, ai dimostranti irruenti o pacifici, ma anche all’Istituzione Polizia nel senso più nobile e alla generalità dei “tutori dell’ordine” che ogni giorno rischiano la vita per la libertà di tutti.



Giuseppe CONTE "Il male veniva dal mare"


Sabato 11 ottobre, ore 18, presso Lo Spazio Vuoto, ApertaMente ha organizzato l'incontro con 

                                     Giuseppe Conte e Vittorio Coletti
 per la presentazione del libro "Il male veniva dal mare"


 In questo suo nuovo romanzo Giuseppe Conte compone in una felice miscela, da una parte, la sua tradizionale vocazione per il mito classico e il mare e, dall'altra, un rinnovato piacere del racconto, affidato stavolta a un'efficace trama gialla. Mai viste meduse invadono il mare di Nizza e bloccano la partenza di una nave troppo grande dell'inquietante e strapotente compagnia Arcano. Nello stesso tempo sulla spiaggia approdano i cadaveri martoriati di due giovani donne. Inizia così una galoppata narrativa a perdifiato in cui i modi e ritmi del noir si mescolano con un originale impianto fantastico, perché la singolare e inaudita natura di quelle meduse non sarà estranea alla vicenda di male e delitti di cui il libro si compone. Indagano tanto il poliziotto ufficiale (sempre più frastornato e infelice) quanto improvvisati investigatori (un giovane cronista di colore, un senza tetto, la giovane figlia di un gallerista) e via via agli occhi del lettore si svela il mistero di atroci iniquità che lega lo sconvolgimento naturale alla malvagità umana e il filo di dolore e violenze che unisce da un lungo passato i protagonisti della vicenda. Il tutto in un continuo e crescente succedersi di colpi di scena in puro stile poliziesco e di progressiva immersione nel fantastico che ricorda 1Q84 di Murakami. Perché Conte passa da un ordine delle cose realistico e persino documentario (anche troppo a volte, come la terminologia biologica) a un ordine meraviglioso e surreale, in cui sono protagoniste la giustizia della natura e l'implacabilità delle sue punizioni. Qui scatta il mito, dalleMetamorfosi di Ovidio alle Meduse di Rubens o Böcklin al Minotauro di Picasso, a corroborare il versante fantastico del libro di quel retroterra culturale caro a Conte, la cui estetica del mito è più consapevolmente artistica e letteraria che ingenuamente ecologista. Il risultato è un romanzo di alta leggibilità, con una prodigalità narrativa che da tempo non si vedeva nelle pagine di uno scrittore italiano: forse ce n'è persino troppa. Il libro rilancia continuamente sul piano della trama e si permette anche di perdere poco oltre la metà uno dei protagonisti (il perfido Arcano, titolare dell'omonima compagnia di navigazione e smaltimento di rifiuti tossici) perché ha ancora un'infinità di frecce avvincenti al suo arco. Tra queste ci sono persino riporti leggeri ma riconoscibili e gustosi dall'attualità politica, come alcuni membri della corte del ricchissimo presidente, tra cui spiccano un servile e astuto giornalista che si chiama (attenzione) Ravenna, e un ambizioso e nanerottolo senatore Viola, nel quale si potrebbe intravedere la caricatura di un noto politico. Il romanzo è gremito di personaggi ben disegnati, dal terribile e perverso Arcano, alle sue perfette e addirittura meccaniche guardie del corpo, dal giovane cronista coraggioso al comandante di nave donnaiolo che ha conosciuto il padre del ragazzo e pagherà anche lui con la vita quello che ha casualmente scoperto; dalla segretaria fredda e malvagia del presidente alla generosa e appassionata Asal, che sarà il braccio armato della vendetta del mare; da Marlon, senzatetto di grande sensibilità, al commissario sgomento che si autodistrugge sentendosi impotente di fronte all'enormità del male. E infiniti altri, pescatori, scienziati, portinaie, donne di fede, preti, quasi uno spreco di volti e ruoli, ben definiti e quasi tutti funzionali. E, come se non bastasse, il finale è incredibile, apocalittico e spettacolare, senza consolazione; una triste fine con una scelta di sorprendente fantasia, in cui si apprezza il rifiuto di scorciatoie moralistiche, che inducano a pensare che la reazione della natura ai misfatti umani sia sempre giusta e buona. È solo tristemente spiegabile.   Vittorio Coletti  

"IL MARE IN SALITA" di Rosella Postorino




















Venerdì 28dicembre 2012 alle ore 18, alla presenza di un folto pubblico,  presso la Biblioteca Civica di Piazza De Amicis  si è svolto a Imperia  l’ incontro, con Rosella Postorino che ha presentato il suo libro "Il mare in salita- Da Sanremo a Dolcedo passando per i bricchi".
Rosella Postorino è nata nel 1978 a Reggio Calabria, è cresciuta a San Lorenzo al Mare (IM) e vive a Roma, dove ha lavorato per diverse case editrici. Da aprile 2007 è editor junior della narrativa italiana di Einaudi Stile libero. Ha esordito nel 2004 con il racconto “In una capsula”, incluso nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi Stile libero, 2004). Il suo romanzo La stanza di sopra (Neri Pozza Bloom, 2007) è entrato nella rosa dei 13 finalisti del Premio Strega e ha vinto il Premio Rapallo Carige Opera Prima e il Premio Città di Santa Marinella sezione Narrativa. "Un romanzo d’esordio che incide la carne" lo definì Filippo La Porta” Nel 2009 è uscito per Einaudi Stile libero il romanzo, L’estate che perdemmo Dio, che ha riscosso un buon successo di critica e di pubblico. 
Quella di Rosella Postorino  è una scrittura originalissima e diretta, segnalata da critici e scrittori attenti ai nuovi talenti, premiata dal successo di pubblico e da riconoscimenti importanti.
Il Mare in salita non è certamente un libro di itinerari ma è la mappa geografica di formazione dell’autrice con la quale disegnare, attraverso la lente di ingrandimento dei suoi sentimenti, dei suoi ricordi e delle sue esperienze, un territorio già per sua natura cangiante e multiforme.

Rosella Postorino ha offerto  questa sua mappa come chiave di lettura del mondo ponentino, che si è proposta di attraversare "in salita", a passo spedito, seguendo un percorso discontinuo e zigzagante che dilata il tempo e lo spazio: dal mare all’entroterra, dal centro alla periferia, attraverso un racconto di luoghi, memorie storiche, avvenimenti contemporanei, e vissuto personale.
E così facendo è riuscita a restituirci un’immagine del Ponente ligure forse tra le più vere mai descritte, così lontana dagli stereotipi patinati con i quali viene ancora presentata la Riviera dei fiori. Perché forse solo passando per i bricchi di questa Liguria appartata può essere colto lo spirito verticale del Ponente ligure che è il fascino più duraturo e intimo della nostra terra
Ha spiegato Rosella Postorino che tra i suoi  obiettivi c'era quello di «evitare il pittoresco,» «il libro è diventato quasi un'educazione sentimentale, la storia mia, dei miei amici, del mio amore, dei miei genitori. Ma volevo raccontare il Ponente Ligure, conosciuto solo per il Festival di Sanremo o come il mare dei piemontesi, anche da una prospettiva diversa: quella di campione dei problemi dell'Italia».
Come scrive su La Repubblica  Raffaella De Santis ne Il mare in salita “ i paesini della Riviera ligure sono cascate di case a picco sul mare, immobili sotto il sole estivo. Rosella Postorino non scrive però un libro di viaggio, ma costruisce un itinerario dell' anima, in cui ad ogni luogo corrisponde un ricordo. Così il solo nominare borghi come Dolceacqua, Pietrabruna, San Lorenzo, Taggia, Moltedo, Cipressa, Lingueglietta (nomi già di per sé evocativi), si trascina dietro una serie di memorie private legate al passato: i bagni al mare alla fine della scuola, con i tuffi a bomba e i panini azzannati dopo essere rimasti ore e ore in acqua, la Rotonda dove si andava a pomiciare, le sagre e le feste estive, la corriera, il luna park quasi abbandonato. Nel libro ci sono anche discariche e ciminiere, ma il filtro della memoria le addolcisce e le trasfigura. Si tratta di ricordi piccoli, spensierati, che hanno però il sapore dell' autenticità. Un poeta ligure, Giorgio Caproni, diceva che per riuscire a scrivere dei propri luoghi d' origine bisogna allontanarsene. La Riviera guardata con gli occhi di chi l' ha lasciata sembra più quotidiana e più vera”.